Lettera di una cittadina di Sant’Arcangelo: si può morire per un ideale?

Si può morire per un ideale, si può morire per la libertà, si può morire per il troppo amore verso il proprio territorio.

Erano gli anni della guerra, quando Nicola Farese partì da Napoli, avendo perso casa ed averi sotto i bombardamenti tedeschi, e trovò rifugio nel piccolo paese di Sant’Arcangelo Trimonte. Un borgo tranquillo e spensierato, dove lo scorrere della vita segue i ritmi della natura. Un paese, nella sua storia, rimasto sempre estraneo a qualsiasi emergenza, soprattutto a quella dei rifiuti. Eppure negli ultimi mesi Sant’Arcangelo Trimonte è stato chiamato a recitare la parte da protagonista nello spettacolo, ininterrotto, che da quattordici anni ha messo in ginocchio la regione Campania e la serenità della vita dei suoi abitanti.

Chi ha sempre lottato per difendere i pochi averi e la semplice serenità, guadagnata col sudore della fronte, in anni di sacrifici e privazioni, non può restare indifferente di fronte allo scempio, alla violenza che, in nome di una emergenza che viene da lontano, altri vogliono realizzare sul proprio territori. Anche chi ha superato gli ottanta anni non riesce a chinare il capo e rassegnarsi. Soprattutto chi è anziano e conosce la vita, di come sia essa a volte crudele e difficile, di come la felicità si nasconda sempre più spesso nelle piccole cose: in una partita a carte al bar sotto casa, in una passeggiata nei boschi in cerca di asparagi o nel semplice respirare l’aria intrisa dell’odore del fieno nei mesi estivi, non può e non vuole rassegnarsi a vedere distrutto il proprio passato, il futuro per i nipoti e la terra che ha sempre amato.

Non è un caso che nei mesi scorsi, quando si cercava di scongiurare l’arrivo della discarica nell’amena collina di contrada Nocecchie, ad essere lì a manifestare, incuranti del freddo e della pioggia, ed a incoraggiare i propri compaesani, ci fossero gli anziani del paese, i saggi di una comunità, che da piccoli ci hanno sempre insegnato a rispettare e a tenere in dovuta considerazione la loro esperienza. Tra di loro c’era anche Nicola. Gli acciacchi dell’età si facevano sentire nelle giornate più umide, ma questo non lo fermava dal voler essere lì, presente, sulla collina che altri volevano deturpare. Si rammaricava di non avere più la tempra di una volta, “Se fossi stato più giovane, gli avrei fatto vedere io. Non si possono fare certe cose, non sono possibili tali ingiustizie!”, era solito dire, mentre con le mani si toccava la fronte e le gambe, troppo deboli per combattere. E ricordava i tedeschi, gli anni della guerra, i bombardamenti e la sua casa a Napoli in macerie. Aveva paura che un nuovo tipo di tedeschi, non in uniforme, ma sotto altre spoglie, ancora una volta gli portassero via tutto. Una prima volta era riuscito a rifarsi una nuova vita, era giovane e pieno di volontà, ma oggi, ad ottanta anni, non avrebbe più potuto sopportare una simile angoscia, ora c’erano anche i figli e i nipoti a cui pensare e per cui, purtroppo, non poteva più lottare.

Ma non si rassegnava, no, rassegnarsi mai. E allora esortava gli altri a non mollare, ad andare avanti, a continuare a sperare e a crederci perché lui sapeva di essere nel giusto. Mai una parola di rassegnazione è uscita dalle sue labbra. Sapeva che nessuna emergenza è giustificabile con la morte di un territorio e della sua popolazione. Si informava, voleva sapere gli ultimi sviluppi.

Il giorno che arrivarono le ruspe per spianare il verde campo di contrada Nocecchie, fu un giorno triste per tutti in paese, ma soprattutto per lui. Si arrabbiò molto, non voleva, non poteva accettare l’evidenza: il suo paese stava per essere distrutto. Per la seconda volta in vita sua perdeva qualcosa di importante. Quella notte Nicola Farese la trascorse agitata, girandosi nel letto e non riuscendo a prendere sonno. Il mattino seguente un ictus lo colpì e lo fiaccò per sempre nel corpo.

La discarica di Sant’Arcangelo Trimonte ha aperto ormai da un mese, la prima vasca è ormai piena di rifiuti. L’aria e il paesaggio sono molto diversi, rispetto a qualche mese fa.

Stamattina Nicola ci ha lasciato, portandosi nel cuore il ricordo, immutato, della sua verde e felice terra.

Da una Cittadina di Sant’Arcangelo Trimonte, molto vicina al Comitato.

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One thought on “Lettera di una cittadina di Sant’Arcangelo: si può morire per un ideale?

  1. Dalla toccante lettera, colgo lo spunto per una riflessione; non si deve morire per un ideale, e per la libertà, ma per essi si deve combattere, e certamente si può anche morire. Anche sono mutate molte situazioni rispetto agli anni bui della guerra, in Italia, oggi si può ancora morire, per un giusto ideale. Tanti combattono per giuste cause, e purtroppo tanti ultimamente rimangono sconfitti.

    Purtroppo, sempre più le persone che combattono per un giusto ideale o giusta causa, universalmente riconosciuti, cadono dopo pochi giorni nel dimenticatoio. Potenza mediatica di una informazione che sempre più ci bombarda di notizie frivole di ogni tipo, e ci fa vedere una realtà sempre più virtuale, e meno vera.

    Qualche mese fa ho assistito ad una lezione di un giovane parroco, Don Luigi, che conoscevo di fama ma non di persona. Sono rimasto affascinato dalle sue parole dal vivo. Oggi Don Luigi, come sempre, continua la sua battaglia; ma quanti di quelli che erano con me ad ascoltarlo ricordano quella lezione?

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